Pensare digitale?

Scritto da Susanna Martoni

Abbiamo visto i computer uscire da grandi stanze climatizzate per entrare in semplici armadi, passare poi sulle scrivanie per finire quindi sulle nostre ginocchia e, infine, nelle nostre tasche. Ma non finisce qui. [....] Il mondo digitale diventerà piccolo come la capocchia di uno spillo. Altro che 'villaggio globale' - Nicholas Negroponte

A differenza dei traduttori che si affacciavano al mercato negli anni Novanta, la professione odierna non può più essere analizzata in un'ottica puramente autonoma. I media digitali ci restituiscono cambiamenti di ogni genere e per ogni settore. Il mestiere della traduzione prevede un fulcro (l'atto del tradurre) e una serie di protesi che sono richieste per fare fronte a una presenza consolidata all'interno del medium. È presente una mente, un corpo che collega mondo materiale e virtuale, e una serie di competenze che specializzano la professione. Di conseguenza ci vediamo costretti a pensare e agire velocemente, a non perdere i tasselli del frame traduttivo per non risultare troppo frammentari, in una sorta di circolo vizioso in cui tale cosiddetta frammentazione ci obbliga a mantenere bene incollati tra loro gli innumerevoli ruoli diversificati che le odierne tendenze implicano.

La contaminazione dei testi può fungere da ostacolo professionale in quanto anche i contesti risultano sovente indifferenziati, obbligando il traduttore a ricercare ulteriori informazioni, molto spesso sempre e rigorosamente in Rete, al fine di confermare o smentire i dati ricercati in un primo momento. Da una parte, il perfezionamento del software aiuta a snellire le procedure, ma d'altro canto l'enorme mole di informazioni ci mette di fronte a prolungate valutazioni dei dati. Anche la protezione dei documenti tramite password e la gestione dei nomi utente per accedere alle varie funzionalità della Rete contribuiscono alla complessità della gestione dei processi.

Il prolungamento e la complessità è una conseguenza degli aggiornamenti di software, programmi e profili utente e della ricerca di nuove risorse teoricamente volte a semplificare i processi. I media digitali ci hanno restituito l'esigenza del multi-task (letteralmente: do many things at once ovvero fare più cose contemporaneamente). Consultiamo testi sullo schermo del computer e simultaneamente digitiamo alternative sulle tastiere di tablet e telefoni intelligenti, chiudiamo e riapriamo finestre mentre comunichiamo in tempo reale ai nostri interlocutori che siamo occupati. Nella consapevolezza che Internet non va mai a dormire e si può navigare senza meta e senza tempo.

Massimiliano Panarari, in un articolo dal titolo "Nell'era dei blog è sparito il dubbio"apparso su La Stampa il 14/09/2011 afferma come nell'era del postmodernismo il dubbio venga coltivato molto meno di quanto si dovrebbe e come costituisca uno dei tanti paradossi del nostro tempo.

"Tra i vari effetti collaterali della postmodernità troviamo così, per un verso, l’esplosione di fondamentalismi morali e religiosi e, per l’altro, un pianeta unificato dall’imperialismo di una comunicazione che, anziché stimolare il dialogo tra opinioni diverse, ha finito col rafforzare l’assertività e la circolazione di messaggi dagli scarsi o nulli contenuti, dotando i vari oscurantismi di armi più convincenti per fare proseliti. Un paradosso, ma neanche troppo, perché proprio di paradossi, come sostengono alcuni dei suoi teorici, vive il postmodernismo"[1].



[1]   Panarari, M. " Nell'era dei blog è sparito il dubbio", La Stampa, settembre 2011

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