Vivere è tradurre. Tradurre per vivere

Scritto da Giovanni Nadiani

Più passa il tempo, più mi convinco che sia la traduzione a muoverci e a muovere il mondo. Non tanto per i circa 20 miliardi di dollari annui del mercato della intermediazione linguistica nelle sue varie ramificazioni (traduzione, interpretazione, localizzazione e internazionalizzazione) di cui il vertere letterario è soltanto un’infima goccia nell’oceano, quanto perché il nostro sforzo continuo di carpire ai giorni, all’esistenza e al circondario umano e geografico un qualche senso che ci costituisca passa attraverso la carne sfregiata, contaminata, ibridata, conflittuale delle lingue, intese proprio come strumenti di cui noi umani o pseudotali ci serviamo per comunicare, al di là di tutti gli altri contigui linguaggi di cui ci parla la semiotica, ed è, come la traduzione per Friedrich Schlegel, «sempre un compito indefinito e infinito».

Per chi, come me, ha calcato timidamente i primi passi nella distanza verso il mondo avvicinandolo dapprima con un dialetto, per poi via via appropriarsene molto parzialmente con una lingua “ufficiale”, imparaticcia, scolastica – al pari dell’80% della popolazione mondiale plurilingue alla faccia delle veteroideologie monolinguistiche (uno stato, una nazione, una lingua), come chiunque può constatare facilmente scendendo in strada e origliando i primi “extra o non extracomunitari” che incrocia – il gesto di “tradurre” è una sorta di obbligo/missione naturale. Non ci sono alternative al tentativo di andare fisicamente (in ciò che si è, con suoni, mimica, gesti ecc.) incontro all’altro, pena il rinchiudersi in un’arrogante e sterile solitudine autarchica, peraltro impossibile, consapevoli che spesso l’incontro contempla lo scontro, e che, comunque vada, rimarrà sempre una sorta di incolmabile distanza tra chi si incontra, per la congenita insufficienza della nostra umanità e dei nostri limitati mezzi, linguistici, culturali, esperienziali.
 
Un “affettuoso conflitto permanente”
 
In questo, la traduzione di letteratura è sublime maestra: quanto di essa si sperimenta, si realizza come distanza dall’originale (Friedmar Apel) [http://lnx.gionni.net/].
È in questo contesto che, di pari passo con l’avvicinamento a una piccolissima porzione di mondo senza mai raggiungerla, si sviluppa in me la strategia, il bisogno della traduzione: cercare di travasare nel proprio piccolo questa scheggia d’universo faticosamente incontrato e con cui si rimane in un “affettuoso conflitto permanente”, simboleggiato e vissuto anche nei rapporti interpersonali privati, e d’altra parte provare a tradurre la minorità linguistica “sconfitta” da cui si proviene e di cui si continua a portare le stimmate attraverso il codice maggiore, la lingua cosiddetta nazionale.
Una strategia e un bisogno che si concentrano sull’espressività letteraria, poetica in particolare, anche in lingue minori o “sconfitte” [http://argaza.racine.ra.it/] (minorità nella minorità), quando come si è detto per vivere di traduzione bisogna tuffarsi nel grande mare della mediazione linguistica commerciale, tecnica, scientifica, tecnologica, soprattutto nella localizzazione-internazionalizzazione tra lingue imperiali (correntemente la “localizzazione” è il processo con cui un software o un sito web vengono tradotti da una lingua ad un’altra; il termine “internazionalizzazione” sta per lo più ad indicare gli accorgimenti che dovrebbero essere messi in pratica nel momento in cui si crea il prodotto o il documento che già si sa, o si suppone, verrà in seguito tradotto in altre lingue). Incontrando, a partire dalla metà degli anni Settanta, nelle letture e poi in prima persona in giro per l’Europa testi e autori che hanno segnato un cammino, si è alla ricerca di una modalità di condivisione del lavoro di traduzione nei vasti territori di provincia in cui si è ritornati negli anni Ottanta, ben lontani ancora dall’attuale connettività reticolare in tempo reale, e ad anni luce dai centri di potere editoriale.
 
L’artigiano e il «ribaltatore di parole»
 
Se questa impostazione traduttiva “da contagio autoriale” in linea di principio può continuare a valere per determinati generi, come continua a valere la possibilità di tradurre testi impiegando solo carta e penna, essa dovrà comunque concedere sempre più il giusto, effettivo spazio teorico e pratico all’artigianalità del processo traduttivo. Questo deve di necessità comprendere anche il ruolo delle macchine e il loro contributo nell’accrescere qualitativamente tale artigianalità, perché – d’accordo che ci vuole arte, ma questa è soltanto la radice del termine – alla fin fine è pur sempre con concretissimo e fragilissimo materiale linguistico che si lavora. Con l’affinarsi degli strumenti informatici di indagine e il relativo impratichirsi di essi da parte del traduttore letterario-editoriale, un’analisi stilistica semi-automatica di tipo contrastivo, basata eventualmente sui corpora delle opere di un determinato autore e delle relative traduzioni in una data lingua (molto spesso ci troviamo di fronte, infatti, come succede per il doppiaggio cinematografico in cui è sempre uno stesso doppiatore a prestare la sua voce a un dato attore, a un traduttore che si fa voce sempre dello stesso autore), può aiutare non poco il «ribaltatore di parole» nel suo «battonaggio quotidiano» (Luciano Bianciardi), ad esempio, in fase di rilettura o di revisione della traduzione, nel prendere maggiore coscienza delle operazioni linguistiche svolte ovvero nell’identificare sue eventuali mancanze e, quindi, porvi rimedio, assistendolo nel compimento del suo pesante “standard di prestazione mensile”.
 
Verso un habitat d’umanità
 
Del resto, il traduttore in quanto tale è il primo, vero lettore critico dell’opera da tradursi e, dunque, sa cosa cercare, verificando quantitativamente le ipotesi e strategie di lavoro criticamente individuate e le concrete opzioni traduttive realizzate. Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa all’incontro con la “poetica autoriale”, con dati empiricamente verificabili, liberandola una volta per tutte dal persistente alone di inattingibile numinosità che poco ha a che fare con quell’artigianato della parola che, tutto sommato, resta la traduzione editoriale.
Ed è su questa linea che con carta, matita, penna stilografica e strumenti informatici di analisi linguistica si continua a tradurre se stessi verso un’inarrivabile ma imprescindibile habitat d’umanità


Con l'effetto di estendere il suo stesso sentimento d'esistenza, il corpo si 'prolunga' attraverso protesi e interfaccia, incarnate da oggetti (o da parti di essi) che tengono in memoria la loro origine e/o la loro finalità corporale, tanto che si configurano come proiezioni di figure del corpo sul mondo.

Jacques Fontanille


Gottes ist der Orient!
Gottes ist der Okzident!
Nord- und südliches Gelände
Ruht im Frieden seiner Hände.

Johann Wolfgang von Goethe, Westöstlicher Divan


La scrittura è disumana, distrugge la memoria, è inerte e non può difendersi.

Platone


La riterritorializzazione non restaura un territorio originario, un’identità etnica, sociale, psichica autenticamente originaria, ma costruisce un territorio fantasmatico rassicurante, pone in essere un’identità che si pretende autentica, ma che si fonda su una strategia aggressiva nei confronti dell’altro” [Franco Berardi, La fabbrica dell'infelicità]